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Il comune di Pianezza appartiene a: Regione Piemonte - Città metropolitana di Torino

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Castello di Pianezza

Nome Descrizione
Indirizzo Via Lascaris (oggi via al Borgo)
Informazioni STORIA Nel 1706, durante la guerra di successione spagnola, iniziò il ruolo importante del castello di Pianezza nella guerra che si combatteva tra francesi e piemontesi.
I francesi, con 44 000 uomini, iniziarono l’assedio della città di Torino (che poteva contare solo su 12 000 uomini) il 12 maggio 1706. Il 5 settembre parte di un convoglio di rifornimenti e casse con gli stipendi per le truppe, si rinchiude nel castello, già occupato da loro. Viene subito circondato dai Granatieri di Brandeburgo comandati dal principe di Anhalt.
Secondo la tradizione, sopraggiunta la notte, una giovane popolana, di nome Maria Bricca, guidò il principe e 55 granatieri per una via segreta che conduceva alle cantine del castello: li condusse lungo le gallerie segrete, salirono per una scala a chiocciola (ne abbiamo traccia nella galleria detta di Maria Bricca) e irruppero nella sala da ballo del castello, dove pare che gli ufficiali francesi stessero addirittura gozzovigliando convinti della vittoria. Il castello venne espugnato, vennero fatti molti prigionieri e molte vittime fra i nemici. Le fonti francesi dell’epoca menzionano questo avvenimento e il fatto che le loro truppe sono state sorprese grazie all’aiuto di una donna e all’utilizzo di un percorso sotterraneo che conduceva fin dentro le mura del castello, anzi, più esattamente, al salone da ballo. Il castello venne quindi liberato e le casse del tesoro, che avevano portato all'interno, cadono in mano alle truppe piemontesi
In questo sito bisogna fare un esercizio mentale notevole per immaginare quello che era il castello visto che dell’antico maniero non rimane più nulla...o quasi: abbiamo alcuni resti che fanno parte dei sotterranei e del bastione esterno, alcune parti di capitelli, pezzi di balaustra e altri reperti sparsi nel parco e la galleria chiamata “Galleria di Maria Bricca”.
Era stato costruito forse dal vescovo Landolfo che, poco dopo l’anno 1000, aveva provveduto a costruire una serie di castelli per munire con una cinta difensiva il territorio su cui, di fatto, esercitava già poteri di signoria.
Esisteva già nel 1159, quando l’imperatore Federico I Barbarossa confermò al vescovo Carlo di Torino tutti i diritti pubblici imperiali che già aveva su una cerchia di 10 miglia attorno a Torino: in particolare per Pianezza cita la concessione della corte, del castello, della giurisdizione militare e giudiziaria della Pieve.
Il castello si trovava quasi a picco sulla Dora, in una posizione ottimale di controllo sulla via Francigena che passava lungo il fiume.
Possiamo descriverlo com’era ai tempi dei Simiana, ovvero quando la fortezza medievale fu trasformata in residenza nobiliare. Il maniero si presentava come una superba costruzioni di tre piani fuori terra, con una pianta quadrata di oltre 40 m di lato. La superficie coperta era pertanto di circa 1500 m2 per piano, dotati di sale, salotti, camere da letto, bagni, corridoi, scaloni e scale a chiocciola e terrazze con balaustre marmoree. Al piano terra si contavano una quindicina di ampi locali e altrettanti ambienti minori o di servizio. Al centro era presente un ampio salone con sei colonne, fiancheggiato da salottini, con soffitto alto, il classico salone da ballo con i lampadari che scendevano dall’alto e occupava spazialmente anche la parte centrale del secondo piano fino al sottotetto; molto probabilmente, nel momento della trasformazione in castello-residenza, il cortile interno venne trasformato in ampio salone.
Al primo piano vi si accedeva attraverso uno scalone d’onore a due rampe che immetteva in un vestibolo. Il numero e la disposizione dei locali presenti era all’incirca uguale a quella del piano terra, in più c’era una cappella. La superficie del secondo e ultimo piano era leggermente inferiore, aveva una ventina di ambienti, mediamente più piccoli a quelli dei piani inferiori. Completavano la costruzione i sotterranei, con numerosi locali come cucine, magazzini e cantine, due forni e due pozzi.
A Occidente del castello c’erano ampi giardini all’italiana con aiuole e giochi d’acqua, che arrivava direttamente dalla Dora, grazie ad una serie di pompe idrauliche, mentre nello spazio occupato dell’attuale Villa Lascaris erano presenti le scuderie sovrastate da fienili. In un’altra costruzione era ricavata la citroniera.
Quando il Piemonte fu occupato da Napoleone ed annesso alla Francia, il castello fu dichiarato bene nazionale, messo all’asta nel 1808 e assegnato ai signori Saroldi, Berta e Marengo, i quali smantellarono il castello per venderne i pezzi ancora utilizzabili. Nel 1811 il sito fu venduto al marchese Agostino Lascaris di Ventimiglia che fece edificare la villa.
LA GHIACCIAIA
Era la fabbrica del freddo, già segnata nella piantina del castello nel 1785, potrebbe risalire pertanto all’epoca dei Simiana.
La struttura in muratura, in perfette condizioni, a tronco di cono come la maggior parte delle ghiacciaie di quell’epoca, ha una profondità di oltre 7 m e un diametro nella parte superiore di circa 3 m, che si riconducono ad uno alla base, il volume totale è di circa 24 m3. È chiusa in alto da una cupola in muratura, coperta all’esterno da uno strato terroso. Vi si accedeva dall’esterno attraverso un breve corridoio che aveva probabilmente due porte, che dovevano isolare il più possibile l’interno sia dagli sbalzi di temperatura, sia dalla luce.
Spesso queste ghiacciaie erano costruite in ambienti ombrosi o nei loro pressi venivano piantati degli alberi per filtrare il più possibile i raggi del sole. In questo caso esisteva, probabilmente, una tettoia di copertura, come si può dedurre dalle tracce ancora presenti sul muro. Il ghiaccio veniva prodotto in bassi bacini o raccolto nei bordi dei canali e dei fiumi nei più freddi mesi invernali e, opportunamente squadrato in blocchi, immagazzinato nelle ghiacciaie. Al fondo venivano di solito poste delle fascine per facilitare il drenaggio, mentre lateralmente per evitare il contatto diretto con le pareti del muro veniva posta della paglia, così come fra i vari strati di ghiaccio, al fine di favorirne il prelievo ed evitare che si formasse un blocco unico. In alternativa si procedeva anche ad immagazzinare la neve. Così protetto il ghiaccio si manteneva tutto l’anno ed era preziosissimo principalmente per la conservazione dei cibi, ma anche per la cura delle febbri e per la preparazioni di gelati e bevande fresche d’estate.